Nicodemo e Vincenza figure storiche del passato di Amantea

Nicodemo e Vincenza - di Dante Perri

Luigi Infante
- Mi pariti Nicotema e Vicenza! - diceva mia nonna, quando si rivolgeva a due persone che, oltre al fatto che, come Paolo e Francesca erano uno l'ombra dell'altro, in questa vicinanza assidua avanzavano instabili ma parallelamente.
- Nicotemu avanti e Vicenza arrijaddi - si diceva ad Amantea, dove forse, a differenza di San Pietro, i due camminavano uno avanti all'altro.
Nicodemo, il cui nome era rarissimo dalle nostre parti, era forse venuto qui dal reggino (Cinquefrondi), dove il nome è diffuso per la devozione al santo omonimo ed il cui santuario a lui dedicato, sul Piano della Limina, nel Parco Nazionale dell'Aspromonte, ed eretto sul luogo dove era vissuto è una meta molto frequentata.
Forse in tempi immemorabili Vincenza Furgiuele (1890), bella ragazza bruna di Amantea e lui, al secolo Domenico Napoli (1887) confinato ad Amantea, cantore girovago di storie come quella del Brigante Musolino, che venivano illustrate e cantate con l'accompagnamento di uno strumento a mantice, si incontrarono alla "Fera d'a Mantija".
Fu amore a prima vista e nel giro di qualche mese si sposarono.
Andarono ad abitare in un "basso" della Calavecchia, l'antico villaggio marinaro, ai piedi del quartiere di Paraporto, dove vivevano al limite della povertà famiglie di addetti alla pesca, piccoli artigiani e del commercio di utensili domestici di terraglia.
- Nicotè! Ti si scordatu ca dumane alli Terrati c'è la festa 'e Santa Marina? - disse Vicenza a Nicutema - llà cce venanu ggenti d'i Mulassari, d'u Maricijallu d'Aijallu, 'e Santupijatru, d'u Lacu e de l'Arij'e Lupi .... forzi 'ncuna cosa l'abbusscamu! -
Alle sei del giorno dopo Nicotema, con un cappello d'ordinanza di una marina sconosciuta e la divisa bianca che Vicenza gli aveva lavato il giorno prima, ma non stirato perchè i carboni per il ferro erano finiti, si presentarono alla partenza del "postale" per Cosenza.
- Franchì! nuij avissam'e ijr'alli Terrati - dissero a Franchino - ti potimu pagare allu ricoglijare, quandu tu alle trija passi 'e Santa Marina, ca mò 'unn'avimu mancu 'na lira? -
- Sagliti... saglì! - disse Franchino.
Nicotema suonava alla meglio un vecchio organetto che aveva ancora traccia di un rivestimento di bachelite su cui si leggeva ancora "Castelfidardo", ma non più la ditta di fabbricazione, forse "Paolo Soprani" per la scritta residua "rani" sopra la tastiera. Tutti i bambini del circondario lo conoscevano e lo amavano per la sua gentilezza, il suo dolce sorriso e la sua disponibilità.
- Nicotè! Fanni ’u galluzzu! - gli chiese un gruppetto di ragazzini davanti alla porta della chiesa di Santa Marina. Lui, sotto lo sguardo amorevole di Vicenza, pigiando le dita sui tasti che lui conosceva, prontamente tirava soddisfatto quel suono che faceva il verso del "galluzzu".
Figli non ne erano venuti, ma un profondo amore li legava sempre più indissolubilmente, forse anche per la povertà che li accompagnò in ogni istante della loro lunga vita. Nicotema e Vicenza non chiedevano mai niente, ma tutti avevano per loro una monetina, un pezzo di pane o un piatto di minestra calda che consumavano seduti sul gradino della porta.
Con l'avanzare dell'età, Nicotema cominciò a strascicare i piedi, ma non desistette mai dall'andare avanti, soprattutto all'avvicinarsi del Natale, che lui annunciava con canti sacri incomprensibili ed accompagnati dal suono ormai roco del suo organetto.
La novena cantata e suonata al mattino nei vicoli della cittadina era un appuntamento annuale cui era difficile sottrarsi, magari scendendo vicino all'uscio per sentire la commossa voce di Nicotema, mentre Vicenza ritirava l'offerta con la mano tesa.
Entrambi si spensero nel 1968, a distanza di pochi mesi l’una dall’altro. Vicenza a maggio, Nicodemo ad ottobre, nell'Istituto Papa Giovanni di Serra d'Aiello.
Grazie all'autore Dante Perri per il gentile contributo.

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