sant'Antonio da Padova protettore di Amantea

Cronaca di un Altarino di S. Antonio - di Antonio Furgiuele

Luigi Infante
Sant’Antonu miu divinu
’mbrazza puorti lu Bomminu
e llu puorti ccu tanta gloria
fammi la grazia Sant’Antonu.
<Accussì cantavunu Fulumena, Tiresa, Taluzza, Vittoria ’i Vitu, Artenza, ’a nanna Custanza, Sarafina e tant’atri ca moni ’u ’nci sû cchjù>.
Non ho certo veleggiato per disparati lidi al pari del figlio di Laerte, ma nel mio piccolo mondo fantastico, girando per le Calabrie ed in una seppur piccolissima parte della nostra Penisola, non ho mai visto, durante le festività religiose, ed in particolar modo nel corso della festa patronale di Amantea, il consueto orgasmo che impegna o, meglio, impegnava le comari del mio quartiere alla realizzazione dell’altarino in onore di Sant’Antonio da Padova.
Altarino 1 di S. Antonio ad Amantea
Retaggio di chissà quale tradizione dal sapore arabo o spagnolesco, misto tra folklore ed autentica religiosità popolare, là, dove il sacro si fonde con il profano, all’approssimarsi della festa patronale, nel giorno della vigilia, in ogni quartiere cittadino fervevano i preparativi per realizzare l’altarino più bello che doveva ospitare per quasi due giorni uno dei più grandi dottori della Chiesa.
Ma non vi era nulla da fare, il più bello, il più maestoso, il più ricco, il più addobbato, era sempre quello dell’onnipresente via Dante conosciuta dai più, e non se ne dispiaccia il sommo poeta, come Calavecchia.
E puntualmente nei miei ricordi ricompare questa poliedrica via, questo budello di pietra che unisce il vecchio al nuovo, a testimonianza di una continuità vitale che nonostante l’ingente fardello di anni che si porta dietro, non ha perduto ancora il suo fascino antico fatto di mura screpolate ed il gusto morboso per il pettegolezzo.
Il buon lettore non mi vorrà accusare di essere più noioso dell’usato, ma non posso di certo dimenticare il frenetico aprirsi dei baùli, da cui si toglieva il damasco più sfavillante, che vedeva la luce solo e soltanto in quella occasione. Quello di famiglia, ricordo, era di un luccicante giallo oro che quasi urtava la vista dei passanti, ma non appena l’occhio aveva riposato su di esso per un po’, ci si accorgeva che i riflessi emanati dal contrasto del disegno vivo con il fondo opaco era di una bellezza degna dell’occasione per cui ci era dato di ammirarlo.
Processione di S. Antonio ad Amantea
Ognuno aveva un suo compito specifico.
Toccava, difatti, agli uomini, all’alba della vigilia, non appena il sole faceva capolino da dietro le colline, affilando i suoi raggi per l’imminente arrivo della bella stagione, conficcare i lunghi chiodi forgiati nei muri delle case adiacenti allo spiazzo usuale.
Tali chiodi sostenevano le corde di canapa che a loro volta, non a fatica, avrebbero sostenuto il peso dei colorati damaschi.
Le comari, intonando già alcuni canti devozionali in lingua dialettale, procedevano alla stiratura dei lini ricamati che avrebbero fatto corona al Santo, il quale, nel frattempo, per l’occasione, aveva ricevuto un’altra mano di vernice, onde presentarsi anch’Egli nel migliore dei modi, a dispetto degli anni.
Il tocco finale consisteva nello stendere a terra alcuni tappeti che nonostante qualche frettoloso rattoppo, fatto più con la lésina del calzolaio che con l’ago del sarto, causato da un lumino dalla fiammella dispettosa, prontamente mimetizzato con un vaso di felci ornamentali, dava l’idea di un harem, anche perché non mancavano i cuscini di tessuto vario, soprattutto di raso, disposti qua e là, su di esso, fungenti anche da inginocchiatoio.
Altarino 2 di S. Antonio ad Amantea
Alle spalle del Santo, dal damasco più bello, si lasciava pendere un candido velo di cotone e su di esso, con l’ausilio di una spilla da balia, un nastrino celeste reggeva un piccolo crocefisso di legno.
Ai suoi lati, al pari di fidate guardie, due colonnine di legno (taggeri), aventi ognuna sulla propria base un vaso di fiori artificiali, disposti a raggiera, completavano la prospettiva frontale. Ah!, dimenticavo i bouquets di gigli disposti ai piedi del piccolo altare, immancabili in un altarino che si rispetti.
Per ultimo, dalla piccola mano del Santo si lasciavano pendere alcuni nastri cilestrini, in attesa di vederli abbelliti o, appesantiti, se vogliamo, con dei coloratissimi bigliettoni filigranati, in gran parte provenienti dalle lontane Americhe che premurose mani materne avrebbero attaccato per invocare protezione e ’na bona furtuna per i figli lontani.
A noi fanciulli, una volta completata l’intera scenografia, veniva dato il compito di montarvi la guardia nelle ore meno affollate, con tanto di vassoio in mano, opportunamente lucidato con il Sidol, pronti a piazzarlo davanti alla pancia dell’incauto passante, che - ahi lui! - doveva per forza lasciarvi un obolo, pena gli sberleffi non del tutto ortodossi che lo avrebbero accompagnato per l’intera salita d’ ’a ’Mmaculatella.
E com’era bello, in quelle ore di pace, all’ombra dei damaschi, deliziarsi del profumo (compreso quello della naftalina che aveva difeso dalle tarme tutti quei filati per un intero anno) che quei dolci pomeriggi assolati di metà giugno sapevano dispensare!
A quella quiete tempiale non erano insensibili i gatti d’Angiulina che riservandosi i cuscini più morbidi, godendo della nostra infantile complicità, venivano a farsi la più classica delle dormite, e non solo quella, nei momenti in cui la calura diveniva insopportabile.
Altarino 3 di S. Antonio ad Amantea
Mano a mano che le ore passavano ed il maestrale diminuiva il suo leggiadro soffio che aveva fatto ondeggiare come vele i damaschi, l’altarino si veniva sempre più popolando ed all’ap- prossimarsi del vespro, non appena le ombre cominciavano ad allungarsi, le sedie, disposte in due filari, come ad una prima teatrale, erano al gran completo.
Toccava allora a Fulumena dar di ugola con la sua voce da mezzosoprano, sicura, nonostante la non più giovane età e poi era tutto un canto fino alle prime luci dell’alba fra un bicchiere di vermouth fresco, tazze di caffè e ’nu buccunottu da poco sfornato.
In quei momenti ’a Calavecchia, diveniva una sorta di kibbuz ebraico a causa del continuo andirivieni della gente con le sedie sulla testa che si recava alla Chiazza (piazza Municipio) per assistere allo spettacolo di musica leggera o al concerto che in genere le bande pugliesi erano chiamate a dare. Era allora che, spesse volte, i canti si interrompevano sul più bello per consentire alle comari di dar di forbice a qualche malaugurato passante, resosi oggetto di pettegolezzo a causa di qualche infelice evento coniugale che aveva da poco vissuto.
Altarino 4 di S. Antonio ad Amantea
Altri, continuando a sgranare il rosario, assecondando il solo movimento delle dita, separavano la lingua e la mente da esso.
Allo spirito quello che è dello spirito, alla materia quello che è della materia! Una sorta di rivisitazione popolare del Vangelo, fatta per la gioia dei più. (…)
di Antonio Furgiuele
Testo tratto dal primo volume dell'Antologia "Gocce di Memoria”
e grazie al prof. Giuseppe Del Pizzo per la gentile concessione.

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